Negli ultimi anni, per molte aziende industriali una domanda è diventata inevitabile: qual è la vostra corporate carbon footprint?
Subito dopo ne arriva un’altra, ancora più impegnativa: come intendete ridurre le vostre emissioni di CO₂ nei prossimi anni?

Clienti internazionali, gruppi industriali, istituti finanziari e investitori ESG non cercano più dichiarazioni di principio. Vogliono dati comparabili, metodologie riconosciute e, soprattutto, una traiettoria credibile di riduzione delle emissioni. In questo contesto, la corporate carbon footprint smette di essere un semplice esercizio di rendicontazione e diventa uno strumento strategico di decisione.

Il problema è che molte aziende non sanno da dove iniziare. È sufficiente calcolare Scope 1 e 2? Quanto è davvero necessario includere lo Scope 3? E come si passa dai numeri a interventi concreti che riducono davvero la CO₂?
In questo articolo affrontiamo queste domande con un approccio pratico, pensato per il mondo industriale.

Cos’è davvero una corporate carbon footprint

In termini pratici, la corporate carbon footprint rappresenta l’insieme delle emissioni di gas serra associate alle attività di un’azienda, espresse in tonnellate di CO₂ equivalente. Non si tratta solo di ciò che accade all’interno dei cancelli dello stabilimento, ma di tutto ciò che contribuisce all’impatto climatico dell’organizzazione.

Gli standard più utilizzati a livello internazionale, come il GHG Protocol e le norme ISO 14064 e 14067, suddividono queste emissioni in tre ambiti. Le emissioni di Scope 1 includono tutte le fonti dirette, come la combustione di combustibili negli impianti produttivi, le flotte aziendali o le emissioni di processo. Lo Scope 2 riguarda invece l’energia acquistata, in particolare elettricità, calore o vapore. Lo Scope 3 amplia ulteriormente lo sguardo e include tutte le altre emissioni indirette lungo la catena del valore, dalle materie prime ai trasporti, fino all’uso e al fine vita dei prodotti.

La scelta degli scope da includere non è neutra: determina sia la credibilità del dato finale sia le leve su cui l’azienda potrà intervenire.

Due approcci al calcolo della corporate carbon footprint

Nella pratica quotidiana delle aziende industriali emergono due approcci principali al calcolo della corporate carbon footprint.

Il primo è quello che potremmo definire “minimale” e si concentra esclusivamente su Scope 1 e Scope 2. In questo caso l’azienda mappa i propri stabilimenti e uffici, raccoglie i dati energetici disponibili – bollette, contatori, sistemi di gestione – e applica fattori di emissione standardizzati. È spesso il punto di partenza naturale, soprattutto per organizzazioni che affrontano per la prima volta il tema.

Questo approccio ha il vantaggio di essere rapido e relativamente semplice da implementare. I dati sono in genere già disponibili e consentono di individuare rapidamente opportunità di efficienza energetica o di miglioramento della fornitura elettrica, ad esempio attraverso contratti di energia rinnovabile. Tuttavia, presenta anche limiti evidenti. Una corporate carbon footprint basata solo su Scope 1 e 2 può risultare poco credibile agli occhi di clienti evoluti o investitori ESG e rischia di ignorare le vere fonti di impatto, spesso concentrate a monte o a valle della produzione.

Il secondo approccio è quello esteso, che include anche lo Scope 3. Qui il punto di partenza non è più “quanto emettiamo nei nostri siti”, ma “dove si generano davvero le nostre emissioni lungo la catena del valore”. L’azienda identifica le categorie di Scope 3 più rilevanti, coinvolge fornitori e partner logistici e costruisce modelli di calcolo che combinano dati primari e fattori di emissione.

Questo approccio offre una visione molto più realistica della corporate carbon footprint e apre la strada a strategie di riduzione più efficaci, che coinvolgono materiali, design di prodotto, logistica e supply chain. Richiede però maggiore impegno, competenze dedicate e una gestione strutturata dei dati, con un inevitabile livello iniziale di incertezza.

Perché il calcolo non basta: dalla misura all’azione

Uno degli errori più comuni è considerare la corporate carbon footprint come un risultato finale, un numero da inserire in un report di sostenibilità. In realtà, il valore del calcolo emerge solo quando viene utilizzato per guidare le decisioni.

Nelle aziende industriali, i dati di carbon footprint permettono di individuare con chiarezza dove intervenire per ottenere le riduzioni più significative. In alcuni casi il focus sarà sull’efficienza energetica degli impianti, attraverso l’ammodernamento di macchinari energivori, il recupero di calore o l’ottimizzazione dei sistemi di compressione e climatizzazione. In altri casi, la leva principale sarà l’elettrificazione dei processi, riducendo l’uso diretto di combustibili fossili e spostando i consumi verso elettricità da fonti rinnovabili.

Anche le scelte di approvvigionamento energetico giocano un ruolo centrale. Contratti di energia verde, accordi di lungo termine come i PPA o soluzioni di autoproduzione possono incidere in modo significativo sulla corporate carbon footprint, soprattutto sullo Scope 2.

Quando si includono le emissioni di Scope 3, emergono spesso nuove priorità. La logistica, ad esempio, può essere ripensata ottimizzando i flussi, consolidando i carichi o scegliendo modalità di trasporto a minore intensità di CO₂. Il design dei prodotti diventa un’altra leva strategica, attraverso la selezione di materiali a minore impronta carbonica e una progettazione orientata a durabilità e riciclabilità. Infine, il coinvolgimento dei fornitori consente di trasformare la riduzione delle emissioni in un progetto condiviso, integrando criteri ambientali nei processi di acquisto.

Un percorso realistico per le aziende industriali

Per molte organizzazioni, il modo più efficace di affrontare il tema è procedere per fasi. In una prima fase è fondamentale costruire basi solide, calcolando Scope 1 e 2 con metodologie coerenti e replicabili nel tempo. Questo permette di ottenere una corporate carbon footprint affidabile e di avviare subito interventi di miglioramento evidenti.

Successivamente, l’estensione allo Scope 3 può essere fatta in modo selettivo, concentrandosi inizialmente sulle categorie più rilevanti dal punto di vista delle emissioni e del business. In questa fase è cruciale avviare un dialogo strutturato con la supply chain, evitando di trasformare il tema in un semplice esercizio burocratico.

Infine, la corporate carbon footprint deve essere integrata nei processi decisionali. Quando i dati sulle emissioni entrano nei piani di investimento, nello sviluppo prodotto e nelle strategie di sourcing, la sostenibilità smette di essere un vincolo e diventa un fattore di competitività.

Qual è l’approccio giusto?

Non esiste un modello unico valido per tutte le aziende. Alcune possono partire da un approccio minimale e crescere nel tempo, altre – spinte da clienti globali o requisiti ESG stringenti – devono affrontare fin da subito la complessità dello Scope 3.

Le domande davvero utili da porsi non sono solo tecniche, ma strategiche. Quali informazioni servono per prendere decisioni migliori? Quali benefici concreti può portare una gestione più matura della corporate carbon footprint, in termini di accesso al mercato, finanza e efficienza operativa

Oggi la corporate carbon footprint è molto più di un indicatore ambientale. È uno strumento di governo dell’impresa, capace di orientare investimenti, scelte industriali e relazioni con clienti e investitori. Il vero valore non sta nel numero in sé, ma nella capacità di usarlo per ridurre davvero le emissioni di CO₂.

Se la tua azienda sta cercando un modo credibile per calcolare la corporate carbon footprint e trasformarla in una strategia concreta di riduzione delle emissioni, ProjectZero supporta ogni giorno imprese industriali in questo percorso, collegando dati, decisioni e risultati reali.